Autrice: Alessia Guarnaccia

Nelle scienze cognitive è “convinzione condivisa, ed empiricamente supportata, che l’uomo sia l’unico ad aver sviluppato, oltre alla coscienza primaria” (che lo accomuna ad altre specie animali), anche una forma più evoluta della stessa, “la coscienza di ordine superiore, ovvero la coscienza di essere coscienti”. Questa si formerebbe, “grazie alle connessioni neurali prodotte dal linguaggio organizzato e dai simboli linguistici sviluppatisi nei rapporti sociali” (Gerald Edelman). La coscienza, dunque, emersa come epifenomeno del linguaggio, tratto distintivo della specie umana (LINK).

Il termine “coscienza” indica la “capacità della mente di essere presente in uno stato di veglia nel quale acquisire consapevolezza della realtà oggettiva e darle senso o significato, raggiungendo una “conosciuta unità” di tutto ciò che viene appreso”. Il significato etimologico della parola è «sapere insieme»: dal latino conscientĭa, derivato di conscīre (“essere conscio di”), composto da cum (“insieme con”) e scīre (“sapere“). In questa prospettiva, la parola non si riferisce al “primo stadio di assimilazione immediata di una realtà oggettiva” quanto piuttosto ad un sapere a cui si aggrega la consapevolezza che la persona ha di e dei propri contenuti mentali, nonchè al suo rapportarsi “alla totalità delle esperienze vissute, ad un dato momento o per un certo periodo di tempo”.

Nel suo essere accompagnato dalla presa di coscienza del soggetto di se stesso come persona, il significato si assimila a quello di autocoscienza, intesa come “l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé, a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’essere”.

Interrogarsi sull’autocoscienza umana significa esplorare meandri fisiologici, percettivi e nel contempo immateriali, spirituali. Un percorso di conoscenza guidato dalla riflessione dell’essere umano su di sé che ha accomunato epoche e culture diverse.

«Conosci te stesso» (γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón, «nosce te ipsum»), spronava l’esortazione incisa sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, monito agli uomini a riconoscere la propria finitezza prima di approcciarsi al divino e incitamento alla chiarezza interiore rivolgendosi al nume (J. Partsch, Griechisches Bürgschaflsrecht – LINK). Una massima di sapienza antica che è diventata un punto cardine del pensiero di Socrate per cui l’autocoscienza è il “fondamento e la condizione suprema di ogni sapienza”, ad indicare come “solo la conoscenza di sé e dei propri limiti rende l’uomo sapiente, oltre a mostrargli la via della virtù e il presupposto morale della felicità”. Una tale autocoscienza ognuno deve trovarla da sé, il “maestro” può solo aiutare i discepoli a farla nascere in loro (maieutica, μαιευτική).

L’autocoscienza, che per Platone era un “fenomeno strettamente legato alla reminiscenza delle Idee” (ossia di quei “fondamenti eterni della sapienza che sono già presenti nella mente umana, ma sono stati dimenticati all’atto della nascita”), diventa qualcosa di assoluto (“ab+solutus”, “sciolto da”, indipendente), non dipendente dagli oggetti della realtà sensibile che hanno, invece, solo il compito di destare in noi l’”autocoscienza sopita”. “Conoscere significa dunque ricordare”, cioè “diventare coscienti di questo sapere interiore che giace a livello inconscio dentro la nostra anima ed è perciò innato”: impossibile costruire “una conoscenza certa sulla base di dati acquisiti unicamente dall’esperienza, prescindendo dalla libera autocoscienza del pensiero”.

Il «pensiero di pensiero» (νόησις νοήσεως, nόesis noéseos) come vertice e presupposto della conoscenza, ricerca della causa prima, del «Primo Motore» della “realtà diveniente”; la capacità di percepirci come esseri pensanti, è «la più divina delle cose che, come tali, a noi si manifestano» (Aristotele, Metafisica, LINK). Grazie alla conoscenza del proprio io, tramite la percezione interna, secondo gli stoici, “nasce l’istinto di conservazione che consente lo sviluppo del proprio essere”, accompagnato dal senso piacevole di compiacimento (Oikeiosis) che è la realizzazione, il fine ultimo degli esseri viventi. «Non uscire da te stesso, rientra in te: nell’intimo dell’uomo risiede la verità». Agostino d’Ippona; l’autocoscienza, nella riflessione filosofica cristiana, assurge finanche a manifestazione più diretta e immediata del Divino.

Questa particolare attività riflessiva umana è stata posta al livello supremo della conoscenza critica (I. Kant) in quanto “appercezione trascendentale” (“io penso”) che “dà un senso alle nostre rappresentazioni del mondo”: in virtù delle percezioni sensibili un oggetto della realtà ci è “dato“, “ma è solo con l’appercezione che esso viene “pensato“, attraverso l’utilizzo di categorie mentali, senza le quali il soggetto sarebbe come cieco”. «L’unificazione non è dunque negli oggetti…, ma è soltanto una funzione dell’intelletto, il quale non è altro che la facoltà di unificare a priori…il molteplice delle rappresentazioni date; ed è questo il principio supremo di tutta la conoscenza umana» (Kant, Critica della Ragion Pura).

Impossibile prescindere dalla soggettività: «la coscienza non si esaurisce nell’intenzionalità diretta agli oggetti, ma, ripiegandosi, riflette su di sé; come tale, essa non è solo coscienza, ma autocoscienza. L’“io penso” e l’“io penso che penso” coincidono in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro» (K. Jaspers, Philosophie).

L’autocoscienza dunque “come presupposto della conoscenza”, ad indicare l’importanza di “approdare a se stessi prima di iniziare l’indagine delle verità assolute”: «sembra essere la cosa più facile, e invece è la più difficile di tutte», infatti «conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo» (Anonimo citato da Fozio, LINK).

In questo lungo percorso di scoperta di questa facoltà così importante, ci si avvale anche di tecniche di ricerca maturate nell’ambito di settori scientifici come la fisica, la matematica, la psichiatria, la neuroradiologia con sofisticati strumenti di indagine in grado di consentire risonanze magnetiche funzionali del cervello sempre più accurate.

Il fisico, premio Nobel, Roger Penrose (Università di Oxford) e il medico anestesista Stuart Hameroff (Università dell’Arizona) sostengono che la mente segua un modello cosiddetto Orch-Or (“ORCHestrated Objective Reduction, “Riduzione obiettiva orchestrata”), laddove la coscienza origini nel cervelloda un processo che avviene all’interno dei neuroni (nel citoscheletro, in particolare nei microtubuli), piuttosto che nell’interazione tra di essi” (Teoria della Coscienza di Penrose-Hameroff, formulata negli anni ‘90 del secolo scorso e aggiornata nel 2014). Secondo questa teoria, il cervello umano presenterebbe “processi o proprietà fisiche descrivibili non secondo il formalismo matematico tradizionale, ma piuttosto attraverso la meccanica quantistica” e proprio i microtubuli cellulari funzionerebbero da elementi di calcolo quantistico (attraverso il collasso della funzione d’onda), attivando gli stati di coscienza (LINK). Secondo questa prospettiva (molto dibattuta nel panorama scientifico, cfr M. Tegmark), al di là di interpretazioni religiose, “la coscienza quantica di ogni essere vivente sarebbe indipendente dal corpo stesso e potrebbe sopravvivere alla morte fisica del cervello” per persistere sotto varie forme, essendo della stessa sostanza dell’Universo.

Per la filosofia orientale solo nell’autocoscienza è possibile scoprire la vera natura del e coglierne la differenza con l’ego. L’ego è una rappresentazioneingannevole “nella quale siamo erroneamente portati a identificare il nostro essere”, invece, il è “un principio spirituale situato al di sopra di ogni possibile contenuto della mente”: presso gli induisti è chiamato Ātman (un termine sanscrito che indica l’”essenza”, il “soffio vitale”) e “coincide con l’anima universale del mondo (Brahman, Anima Mundi)”.

Approfondire il mistero dell’autocoscienza umana significa poi esplorare il punto di contatto più delicato nel rapporto uomo-macchina; pervenire ad una sua comprensione per l’uomo, potrebbe portare a riconoscere se e quando essa si manifesterà anche nella macchina, almeno nella forma che già conosciamo. I recenti sviluppi dell’AI conversazionale (Conversational AI) hanno rapidamente riportato il dibattito tecnologico alla centralità del linguaggio nella genesi e uso della conoscenza e dei suoi legami con la coscienza. L’interrogativo presto sarà dunque se, nell’ambito del paradigma di simulazione del pensiero umano da parte delle macchine (Cognitive Computing), proprio dallo sviluppo di modelli linguistici artificiali possa, in futuro, emergere una AI senziente (artificial sentience) che abbia coscienza e consapevolezza di sé (artificial consciousness – AC). L’avverarsi di uno scenario di questo tipo condurrebbe non solo ad un’AI forte, ma alla potenziale realizzazione della vita artificiale (Artificial Life, Alife, A-Life).

Link iscrizione evento: https://app.singularityumilan.com/event/incontro-51

References:

Reale G., Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Milano, Rizzoli, 2007

Radice R., Oikeiosis. Ricerche sul fondamento del pensiero stoico e sulla sua genesi, Milano, Vita e Pensiero, 2000.

Penrose R., La mente nuova dell’imperatore, Rizzoli, 1992.

Forgione L., L’Autocoscienza. Un problema filosofico, Carocci, 2011

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